Ad Akron, in Ohio, al Summa Akron City Hospital, nel giro di 3 anni sono venute alla luce due assolute superstar del basket Nba: LeBron James e Stephen Curry.
Una circostanza davvero insolita, un record forse assoluto del quale l’ospedale giustamente si vanta facendone un utilizzo propagandistico del tutto giustificato.
E di record, i due campioni di Akron, ne hanno stabiliti moltissimi, l’uno diventando (per molti) il più grande di tutti i tempi (di sicuro il miglior realizzatore della storia) l’altro cambiando di fatto il gioco del basket per sempre stabilendo il primato assoluto nel tiro da 3 punti.
Ma il campione che ora porta fiero 4 anelli NBA, il fenomeno che fa letteralmente a pezzi le difese avversarie ridicolizzando coloro che si cimentano nel vano tentativo di precludergli il tiro dalla distanza o impedirgli l’avanzamento in palleggio, non ha avuto affatto vita facile nel percorso che lo ha portato all’olimpo del basket.
Benché figlio d’arte (il padre Dell è stato un fantastico tiratore nella Nba tra il 1986 ed il 2002) la fisicità di Steph, nell’adolescenza, ha sempre rappresentato un limite soprattutto negli occhi di chi lo guardava, di chi avrebbe dovuto sceglierlo e puntare su di lui.
Eppure, le caratteristiche di questo straordinario funambolo si intravedevano sin da piccino, soprattutto quella abilità fuori dal comune, sviluppata fin dall’infanzia, nel trovare la retina da distanza siderale.
Nonostante le prodezze alla Charlotte Christian School la sua fisicità non convince e trova molte difficoltà nell’essere reclutato da un College di livello, finendo per scegliere il Davidson in Carolina, grazie a quello che diventerà il suo mentore, l’uomo che più di tutti ha creduto nel suo talento vedendo in Curry il campione che all’epoca si poteva soltanto immaginare: Bob McKillop
Sarà questo straordinario personaggio ad inserire Steph nella squadra, a supportarlo dopo un inizio difficoltoso, a prenderlo per mano credendo ciecamente in lui per poi farsi condurre l’anno successivo fino al March Madness, le finals NCAA, riuscendo ad arrivare tra le prime 8 del torneo (Elite Eights). La sconosciuta Davidson conoscerà la gloria grazie alle gesta di questo inafferrabile campione il cui tiro da 3, misto a doti di palleggio e visione di gioco fuori dall’ordinario, destano l’attenzione della NBA.
Scelto al draft del 2009 con la 7a scelta assoluta, il sogno di quel ragazzo esile, non altissimo, dotato di mira eccelsa e grandissima forza di volontà si è finalmente avverato ma sicuramente neanche lui poteva immaginare l’incredibile impatto che il suo gioco avrebbe avuto su uno degli sport più amati negli States.
La sua capacità di mettere nella retina il pallone da qualsiasi distanza (abilità sviluppata grazie ad allenamenti intensi e maniacali) ha infatti costretto le difese di turno ad adottare particolari strategie per limitarne l’efficacia e, mentre il funambolo con la casacca #30 ne combinava di ogni colore in campo, pian pianino il gioco stesso stava cambiando per sempre.
In tutto il mondo il tiro da 3 ha preso il sopravvento sul gioco con i lunghi, o quantomeno ne costituisce ora un’alternativa pressoché paritaria diventando un’arma contro la quale è difficilissimo trovare contromosse soprattutto quando, a grandi tiratori dalla distanza, si vanno a sommare le abilità di altri giocatori votati all’inserimento o al gioco sotto le plance.
Il miglior tiratore della storia che, ad oggi, ha portato i Golden State Warriors alla vittoria di ben 4 anelli (e non è finita ancora) risultando giocatore imprescindibile sotto la guida sapiente di Steve Kerr forse un giorno verrà ricordato come colui che ha cambiato il basket per sempre!































