C’è solo un giocatore, nella storia del basket, il cui nome originario Earvin, è stato dimenticato da tutti poiché sostituito dal soprannome “MAGIC”, etichetta che lo accompagna dai tempi della Everett High School. Un soprannome che è diventato un marchio, un qualcosa di imprescindibile se riferito al numero 32 dei Lakers.
In un’era come questa, caratterizzata dai facili entusiasmi, dall’enfatizzazione di qualsiasi gesto sportivo, dalla popolarità estrema che atleti normalissimi raggiungono in un battibaleno grazie ai social, forse è difficile comprendere quanto fosse difficile invece, negli anni 90, diventare una stella di fama mondiale appunto ad Earvin Magic Johnson.
Fino all’avvento di Michael Jordan, d’altronde, il gigante dei Lakers, prima scelta assoluta al Draft NBA del 1979, era ritenuto universalmente il miglior giocatore di basket della storia.
Magic Johnson è stato un giocatore fenomenale, unico in assoluto a poter ricoprire tutte le posizioni in campo e forse unico playmaker di 2,05 mt nella storia della National Basket Association.
Basterebbe questo per capire il valore di un fuoriclasse assoluto consacratosi al primo anno di NBA come MVP delle Finals dopo aver perso il titolo di rookie of the year a favore del “rivale” di sempre Larry Bird, il numero 33 dei Boston Celtics.
L’odiatissimo Larry Bird, quel tipo grande e grosso (anche lui intorno ai 2,05 cm di altezza) che, tra le fila dei rivali storici, i Boston Celtics, con uno stile diverso, con movenze a volte meno aggraziate ed eleganti, ripropone gesta atletiche e tecniche simili a quelle di Magic a Los Angeles.
La rivalità che ne consegue terrà gli Stati Uniti incollati al televisore facendo esplodere in tutto il mondo la mania per la NBA.
Saranno 8 volte campioni (5 Magic e 3 Bird) diventando alla fine amici per la pelle.
Una rivalità che costituirà il fondamento, peraltro, della carriera di Bird il quale, all’annuncio della sieropositività di Magic (stagione 1991-1992) rimarrà talmente sconvolto da meditare il ritiro (che avverrà comunque al termine di quella stagione).
La sieropositività di Magic, dichiarata al mondo intero nel 1991, sarà l’inizio della fine di una carriera fantastica ma non impedirà ad Earvin Johnson di tornare a sorridere, di stupire il mondo intero non solo sensibilizzandolo sull’Aids ma riuscendo, di fatto, a sconfiggere la malattia rimanendo nel mondo del basket fino ai giorni nostri.
Magic Johnson e quel sorriso capace di ammaliare chiunque, le sue innumerevoli prodezze messe a segno sul rettangolo di gioco quando con una, due, tre finte mandava al manicomio chiunque avesse davanti per andare poi a concludere con un incredibile assist o un canestro da manuale, Magic ed i suoi trionfi insieme a Kareem, Magic e quel connubio indissolubile con i Los Angeles Lakers.
Forse il più grande di sempre rimarrà sempre Michael Jordan ma Magic è lì, quasi sullo stesso piano, protagonista assoluto in uno sport difficile come il basket, grazie all’incredibile talento unito ad un fisico eccezionale e, come in tanti si chiedono se qualcuno mai riuscirà a superare il 23 dei Bulls, la domanda forse più pertinente dovrebbe essere: ci sarà mai un altro Magic Johnson?
Forse la risposta l’abbiamo già davanti agli occhi (Luka Doncic) ma concedeteci di dire che….Magic era un’altra cosa!































