Solo un paio di mesi fa un post su Facebook aveva sconvolto la tifoseria biancoceleste, affezionata in modo viscerale a quello che a Roma da sempre è solo e soltanto “Vincenzino”, con un post che lasciava poco spazio all’interpretazione, il beniamino biancoceleste se la stava vedendo con un tumore.
Dopo quel post di inizio maggio il silenzio, fino a sabato, fino a quella notizia che nessuno avrebbe voluto leggere: Vincenzo D’Amico non c’è più, ha perso la sua battaglia e va a raggiungere gli altri protagonisti di quella leggendaria Lazio del 1974, Chinaglia, Cecco (Re Cecconi), Wilson, Maestrelli.
Di quella Lazio si parla sempre delle imprese di Long John e del suo rapporto con il padre allenatore, il Maestro Tommaso Maestrelli e solo di striscio viene menzionato Vincenzino, il suo talento, il suo apporto da giovanissimo, allo scudetto del ’74 (miglior giovane di quell’anno).
Più noto l’episodio del famigerato calcio nel sedere che Chinaglia gli affibbiò durante un Inter-Lazio nel quale Giorgione, subìto un tunnel da Mazzola, aveva visto il compagno ridere.
Ma D’Amico era sì un giovane scanzonato, un guascone nato ma era anche un grande giocatore, di grande talento, un genio spesso incompreso del calcio di quegli anni, che sapeva accendere le folle con le sue giocate, ed era sicuramente il più talentuoso di quella squadra di scalmanati capace di vincere uno scudetto clamoroso.
Sempre alle prese con un carattere che lo portava ad un comportamento non esattamente professionale fuori dal rettangolo di gioco, in eterna lotta peraltro con la bilancia e la sua voglia di godersela, è stato capace di lasciare il segno nei cuori di tutti i tifosi della Lazio.
Il suo attaccamento alla maglia (venne ceduto al Toro nel 1980 salvo chiedere il ritorno alla Lazio l’anno successivo, pur essendo la Lazio precipitata nella serie cadetta) le sue prestazioni che hanno spesso determinato salvezze o promozioni nella Lazio malconcia di quegli anni, hanno creato un feeling straordinario con l’intera tifoseria biancoceleste.
Celebre la sua frase di ritorno dal Toro: “quando ho iniziato a giocare a pallone non sognavo di diventare un giocatore granata ma un giocatore della Lazio”.
Per 14 anni ha militato con l’aquila sul petto contribuendo in maniera importante da subito allo scudetto del ’74 e poi ad evitare che i biancocelesti precipitassero nel baratro della Serie C.
Con il suo fare schietto, sincero ma sempre sorridente, ha conquistato il cuore della gente, senza mai rendersi protagonista di comportamenti che potessero in alcun modo mettere in dubbio la propria appartenenza ma, anzi, rivendicando sempre con fierezza il proprio “essere Laziale”.
Appesi gli scarpini al chiodo ha intrapreso, con grande successo, la carriera di opinionista e commentatore televisivo dapprima su un’emittente privata romana in Goal di Notte (storica trasmissione guidata da Michele Plastino) poi per Rai Sport.
Negli ultimi anni la decisione di trasferirsi in Portogallo, cambiare vita, uscire dal caos italiano. Piano piano si era già fatto da parte e già la sua mancanza si sentiva a Roma da un bel po’, ora nemmeno più la speranza di rivederlo in tv, con il suo sorriso gentile, commentare il calcio, lo sport che ha sempre amato.
Mancherà tantissimo, e non soltanto ai tifosi della Lazio.































