Pochi giorni fa ci ha lasciato Sven-Göran Eriksson, dopo una malattia (da lui stesso annunciata) che non gli ha dato scampo ma gli ha concesso di farsi un ultimo giro di campo, andando a salutare i luoghi, del calcio, che più ha amato nel corso della sua straordinaria carriera.
La figura di Svennis, come veniva chiamato, è stata di sicuro positiva ed il ricordo che ha lasciato nelle persone che ha incontrato nel suo cammino è stato davvero straordinario, ne sono testimonianza le parole che i vari giocatori e dirigenti hanno proferito sul suo conto in occasione di questo triste momento.
Ma è forse proprio questo il suo più grande trofeo, la sua più grande vittoria, il suo più grande lascito, rimanere nel cuore di coloro che hai incontrato nel percorso.
La signorilità e l’eleganza che l’hanno contraddistinto negli anni non devono però trarre in inganno, Svennis era un grande allenatore, uno che si è saputo aggiornare, rimanere al passo con i tempi, uno che non ha avuto paura di cambiare accettando sempre nuove sfide e che, fino a pochi anni fa, è riuscito a fare ciò che gli piaceva di più: dirigere una squadra di calcio.
E pensare che, con un infortunio a soli 27 anni, lo svedese dagli occhi di ghiaccio nel lontano 1976 aveva cominciato un percorso lungo ben 43 anni nel corso dei quali è riuscito a raggiungere risultati spesso incredibili, come quelli dei primissimi anni alla guida del Goteborg (campionato, coppa nazionale e Coppa Uefa) del Benfica (campionato, coppa nazionale e finale di Coppa Uefa), risultati che lanciarono la sua carriera e gli permisero di approdare in quello che unanimemente era considerato il miglior campionato del mondo: la Serie A.
In Italia ha sfiorato un incredibile scudetto con la Roma (perso in casa contro il Lecce retrocesso), ha ben figurato a Firenze e Genova (sponda Sampdoria) per poi raggiungere la gloria con la Lazio di Cragnotti arrivando ad incamerare ben 7 trofei in 3 anni e mezzo.
Era una squadra di grandi campioni, molti dal carattere fumantino (vedi Couto e Simeone, nonché Mancini e Mihajolović), ed a guidarla serviva qualcuno con idee ed un polso di ferro ma che non doveva alzare la voce per farsi rispettare.
La parte migliore della sua carriera finirà proprio con quella Supercoppa del 2000 vinta contro l’Inter.
L’approdo alla guida della nazionale inglese ed i successivi peregrinaggi in campionati minori non porteranno ulteriori trofei ma la sua figura, il suo modo di porsi sempre pacato, anche in momenti davvero difficili l’hanno contraddistinto in maniera unica nel panorama calcistico.
Rimarrà per sempre un grande ricordo di una persona gentile, educata, per bene ma al tempo stesso risoluta e determinata che sapeva dire, a chi lo circondava, parole anche dure ma con rispetto, fermezza e gentilezza.
Addio grande Sven!































